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Un team tutto per me

Un team tutto per me - Il medico comunica

Scrivo spesso a favore della collaborazione e del team working in ambito medico. Ora l’esperienza personale me ne conferma l’importanza.

Scrivo spesso a favore della collaborazione e del team working in ambito medico. Ora l’esperienza personale me ne conferma l’importanza. Affrontare un cancro implica avere a che fare con molti operatori sanitari: quanto più riescono ad apparire al paziente come un team affiatato, sinergico e potenziante, tanto più per il paziente aumenta la fiducia e la possibilità di sentirsi curabile, curato, seguito, protetto …

Tutto comincia con un tecnico di radiologia. Poi interviene il radiologo, altri tecnici e l’anatomopatologo. E così arriva la diagnosi: cancro.

A questo punto interviene il chirurgo, il chirurgo plastico, l’oncologo. E, intorno a loro, altri tecnici, infermieri.

Poi l’anestesista, e l’operazione.

E poi ancora paramedici.

Si prosegue con il fisiatra, si passa attraverso la burocrazia per certificati, visite, esoneri.

Ogni tanto i controlli dei chirurghi. E poi l’oncologo, la chemioterapia. E ancora tecnici, paramedici, infermieri, farmacisti, burocrati, …

Neanche nei miei 21 anni come manager di una multinazionale farmaceutica ho incontrato così tanti medici, paramedici, tecnici, infermieri …

Io sono stata fortunata: salvo qualche eccezione ho avuto sempre l’impressione che tutto fosse predisposto e perfettamente coordinato per aiutarmi ad ottenere i migliori risultati. Non è solo una questione di compiti e responsabilità perfettamente ripartite o di standard elevati di professionalità. Ci sono elementi spiegabili e palpabili ed elementi fugaci ed impalpabili.

Ovviamente si può imparare, si può costruire un team potente attraverso la conoscenza di tecniche di comunicazione, ma tutto parte comunque dalla voglia di collaborare. E allora bisogna chiedersi come sia possibile stimolare la voglia di collaborare tra persone che magari non si conoscono nemmeno, o addirittura si trovano reciprocamente antipatici.

La risposta è abbastanza semplice: mettere il paziente al centro. Qui in Romagna si percepisce, e, lo ripeto, io sono stata decisamente fortunata: mi fanno sentire davvero al centro delle loro cure e della loro attenzione. Lo si percepisce, da tante piccole cose. Questo rassicura, tranquillizza, crea fiducia.