Home » Articoli » Salute » Spaventare o rassicurare? E perché?

Spaventare o rassicurare? E perché?

Spaventare o rassicurare? E perché? - Il medico comunica

Ci sono medici rassicuranti e medici che terrorizzano.

Ma lei lo sa che può morire?

L’avete mai detto ad un vostro paziente? Oppure lo dite spesso?

Ci sono medici che rassicurano, e medici che terrorizzano. Tutti i medici con cui ho affrontato questo argomento affermano che il loro comportamento è dettato dalla gravità della malattia.

Permettetemi di dubitarne.

Persino nel prescrivere esami di routine si può riuscire a terrorizzare un paziente. E anche nel dare una diagnosi infausta si può essere rassicuranti.

Nel comportamento, di ciascuno di noi, c’è un’influenza della storia personale. È molto difficile prendere completamente le distanze dalle proprie esperienze. Se si è assistita alla morte di una persona cara per una specifica malattia, è assolutamente inevitabile che quella malattia, qualunque sia, venga percepita come più grave di altre, parimenti infauste.

Ma questo è solo un aspetto della questione.

L’altro elemento che influenza è “cosa farei io in questo caso”. Se io, nella situazione del malato, fossi consapevole di reagire positivamente al terrorismo psicologico (eliminando, ad esempio, abitudini malsane per paura di ciò che può succedere) dirò al paziente che corre gravi rischi.

Al contrario se sono, ad esempio, abituato a trattare con familiari ansiosi, è più probabile che mi comporti in maniera rassicurante.

Ma anche questo non è generalmente il sistema più efficace per raggiungere i migliori risultati.

È necessario comportarsi nella maniera più utile per il paziente.

Una persona ansiosa che si sente terrorizzata può precipitare nello sconforto. Altri possono reagire mandandovi al diavolo.

Qualcuno, invece, deve essere spaventato per cambiare stile di vita.

E allora? Il medico, così bravo ad abbinare i sintomi per fare diagnosi e la diagnosi per decidere la terapia, deva anche riuscire a comprendere lo stile di comunicazione più adeguato per quello specifico paziente.

Non è psicologia spicciola, è un fatto di empatia. Quindi di far funzionare i neuroni specchio.