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Io paziente 2° puntata

Io paziente 2° puntata - Il medico comunica

Eccomi ancora, dopo alcuni mesi, a fare il punto sul mio essere paziente

E dopo l’operazione, andata bene, eccomi alla chemioterapia.

Li ho studiati all’università i farmaci che mi hanno prescritto, e li ho anche gestiti per alcuni anni in una delle aziende in cui ho lavorato. Li conosco, o almeno pensavo di conoscerli.

E poi ho amici che lavorano in oncologia, e altri che, indirettamente o in prima persona, hanno già vissuto l’esperienza di un tumore al seno.

Sono informata, mi hanno edotta, so più o meno cosa aspettarmi.

Errore clamoroso! Davanti alla mia, errata, convinzione di poter sapere approssimativamente come il mio organismo avrebbe reagito alla chemioterapia, l’Universo ha deciso di ricordarmi un altro concetto fondamentale della biologia: nessun organismo è totalmente uguale ad un altro, quindi ciascuno avrà reazioni proprie.

Sembra quasi che la mia parte ribelle si stia divertendo a fare tutto in maniera diversa da quanto mi era stato annunciato: non proprio il contrario, ma diverso sì.

Sperimento le mie cinquanta (o cinquecento) sfumature di nausea …. Forse le cinquanta sfumature di grigio sarebbero state più divertenti, ma certamente anche meno formative.

Sperimento un’infinità di effetti, molti dei quali indesiderati, incluso giorni e giorni di febbre come non provavo più dagli anni dell’infanzia. Raccolgo anche un buon numero di suggerimenti, alcuni utilissimi, altri estremamente fantasiosi.

Imparo a conoscere pezzi e reazioni del mio corpo totalmente ignoti (e, col senno di poi, mi sarebbe piaciuto che fossero rimasti tali).

Lascio lungo la strada 15 chili: l’aspetto più positivo di tutta la faccenda.

Confesso che è un periodo davvero “tosto” e, ora che sta finendo, posso anche sintetizzare ciò che maggiormente mi è stato utile, confidando che queste notizie, per quanto soggettive, possano essere di supporto ad altri.

Il maggior aiuto mi è giunto dal mio oncologo, preparato, disponibile e pieno di buon senso. Laddove altri mi avrebbero forse imposto diete o aggiunto rigide norme, lui mi ha dato consigli saggi e suggerimenti utili. E attenzione: mai sono stata “un caso”, ma sempre una persona.

Ringrazio anche chi mi ha fornito consigli pratici, utili, sperimentati (le patate lesse per la nausea, il bicarbonato come deodorante, due gocce di vino per rendere più tollerabile il sapore dell’acqua, …) Molte di queste provvidenziali e pratiche notizie arrivano dagli operatori sanitari, infermieri e fisioterapista, e sono state davvero preziose.

Infine, l’aspetto psicologico. Considerando i miei interessi e la mia attività è abbastanza ovvio che ho, e ho avuto, ampio supporto da uno psicologo e da alcuni counsellor, che ringrazio.

È luogo comune che il malato di cancro debba coltivare “il pensiero positivo”. Sono d’accordo sul concetto base, se per pensiero positivo intendiamo ciò che realmente è. E questo è molto diverso da ciò che abitualmente si racconta. Pensare che chi ha il cancro, sta facendo chemioterapia, sta vivendo effetti collaterali fantasiosi, possa trascorrere le sue giornate pensando “che tutto va bene, andrà bene ed è bello” è quanto meno assurdo. Si vive la paura, il dolore, e spesso la solitudine.

Inoltre questo “obbligo” a pensar positivo induce anche il paziente a sentirsi in colpa quando vede tutto nero. E se si sveglia di notte in preda alle lacrime pensa anche che così sta aggravando la sua patologia, sta nutrendo il suo cancro.

Fesserie.

Ciò che, personalmente, mi è e mi è stato di estremo aiuto è composto da due elementi, sempre utili, ma in questo caso preziosi:

  • la pazienza, che comporta l’accettazione senza ribellarsi delle giornate difficili
  • la voglia di ridere, composta da ironia ed autoironia. Ovviamente ci sono giorni in cui non servono barzellette, e nemmeno la visione di Crozza, ma ogni giorno si può trovare motivo di sorridere, di ironizzare su qualche frase scomposta che il vicino di casa ha pronunciato, armato di buone intenzioni.

È l’ironia che mantiene la salute mentale, anche nei momenti più bui. Ed è l’autoironia che ha un forte potere salvifico. Ne sono certa, oggi più che mai.