Home » Management per il Medico » Amleto e la chemioterapia

Amleto e la chemioterapia

Amleto e la chemioterapia - Il medico comunica

Entro, a gamba tesa, su un argomento che mi coinvolge, molto dibattuto in questi giorni

Dilaga, sui media e sui social, il dibattito provocato dalla lettera del medico sulla morte della ragazza che, dopo una diagnosi di leucemia, non ha fatto la chemioterapia.

I giornalisti, come sempre, gestiscono la notizia: mi risulta che la ragazza avesse quasi 18 anni e che la decisione di non fare la chemioterapia fosse sua. I genitori si sono limitati a dare la conferma legale.

In ogni caso, mi sembra poco simpatico colpevolizzare dei genitori dopo una perdita drammatica. Ma non è questo che mi spinge ad esprimere il mio parere.

Ciò che trovo folle è che il dibattito sia concentrato sul dubbio, amletico, chemioterapia sì o no. È un falso problema, che ha come conseguenza quello di radicalizzare le posizioni invece che, come sarebbe necessario, far riflettere seriamente.

I fatti dicono che:

  • Le terapie antitumorali hanno consentito, man mano, negli anni, di far sì che una diagnosi di tumore non sia automaticamente un condanna a morte. Remissioni e guarigioni sono un dato di fatto.
  • La chemioterapia ha pesanti effetti collaterali, non solo durante il trattamento: le conseguenze proseguono per mesi, anni.
  • Eleonora aveva perso pochi mesi prima una cara amica, nonostante la chemioterapia.

E ora permettetemi qualche considerazione, a ruota libera.

Quando si parla di medicina non esiste la linearità: il concetto diagnosi – terapia efficace – guarigione è assurdo persino nelle situazioni più certe o banali, figuriamoci in situazioni di patologie gravi. È corretto che il medico abbia fiducia nei farmaci che prescrive, è indispensabile, ma se considera il paziente alla stregua di un pezzetto di un circuito elettronico e dimentica, o non conosce, le recenti acquisizioni in termini di neurofisiologia, comunicazione, relazione medico – paziente, forse deve riflettere sulla sua professione, e professionalità.

Posso capire la lettera, che sembra molto uno sfogo, di un professionista che vede morire, impotente, una ragazza di 18 anni, ma se la medicina sapesse superare la dicotomia tra medicina occidentale, o tradizionale, o comunque la vogliamo definire, e medicine alternative, potremmo guadagnarci tutti in salute e benessere.

Nel caso di Eleonora, ma è solo un esempio, bisognerebbe sapere se sono state fatte indagini approfondite. No, non sul tumore o sulle statistiche, ma comprendere quanto il rifiuto della chemio sia stato influenzato dal timore degli effetti indesiderati, che probabilmente ha visto sulla sua amica, e quanto da un grave lutto non ancora elaborato, quindi inconsciamente le sembrava “giusto” morire insieme all’amica.

L’essere umano è complesso, sfaccettato, un sistema integrato: vi prego, non banalizziamo e non costringiamo il paziente a scegliere tra i meccanicismi dei farmaci e l’interiorità dell’anima.

Personalmente non sono né pro né contro i diversi tipi di medicina: rifiuto il fatto che debbano essere, forzatamente, dicotomici. Se il paziente sceglie, drasticamente, in una visione bianco o nero, deve essere libero di farlo, ma compito del curante, medico di qualunque tipo, dovrebbe essere l’apertura verso l’integrazione.

Io ho scelto l’operazione seguita da chemioterapia e radioterapia. È stata una scelta consapevole, grazie agli studi fatti. A distanza di due anni dall’operazione, e di oltre un anno dalla chemioterapia, ne subisco ancora gli effetti collaterali. Ho avuto, ed ho, piena fiducia nel mio oncologo: una persona speciale. Tuttavia devo riconoscere che raramente la medicina tradizionale offre piene motivazioni: ancora mi sto chiedendo, dopo averlo chiesto senza successo agli esperti, se la radioterapia mi ha offerto reali benefici …

Ho scelto la chemio, addizionata di psicologo, counsellor e pranoterapia.

Ho aggiunto fiori di Bach e terapie ayurvediche.

Non ho garanzie che tutto questo funzionerà a lungo termine, e nemmeno che sia stata la scelta più saggia, ma fortunatamente avevo le conoscenze (competenze tecniche e persone che conoscevo) che mi hanno supportato e accompagnato.

La medicina occidentale ha da poco aperto le porte alle terapie del dolore, e alcune delle possibilità sono ancora drammaticamente illegali.

E se lo psicologo è ormai accolto in tutti i centri di oncologia, gli stessi rifiutano e condannano ancora tutta una serie di potenzialità che secondo me sarebbero utili. O, perlomeno, non fanno danni.

Condanno il fatto che, in linea di massima, il paziente sia costretto a scegliere.

Condanno che, condannando in toto gli errori (e le porcherie) delle multinazionali farmaceutiche o della medicina occidentale, si butti il bambino insieme all’acqua sporca del bagnetto.

Negli ultimi 50 anni sono state fatte scoperte e invenzioni straordinarie, ed è ora che ci si incammini verso una medicina integrata, sistemica. Le conoscenze, competenze e potenzialità ci sono: è ora che ci sia anche la volontà.

Abbiamo straordinari esempi da seguire, in particolare in Italia, come il Prof. Soresi o il Prof. Benedetti.

E, infine, invito tutte le figure coinvolte nella danza, in primo luogo medici, ma anche coach, counsellor, psicologi, a fermare per qualche tempo le polemiche e gli inviti verso una o l’altra scelta, e spendere un po’ di tempo per guardare le cose dal punto di vista opposto a quello che sostengono, cercando con impegno non conferme alle loro convinzioni, ma smentite ai loro modelli mentali.

Poi, quando avranno demolito i pregiudizi, li invito a cercare integrazione sistemica tra tutte le competenze acquisite, e ripartire …

[an error occurred while processing this directive]